La 17° Conferenza delle Parti sul clima in Sudafrica ha dimostrato che nel quadro della crisi economica globale, la crisi climatica non preoccupa più i governi.
Due sono le strade: o la “borsa”, o il clima. E i governi delle nazioni più industrializzate scelgono purtroppo la “borsa”, portando il pianeta verso una catastrofe climatica. Il 28 novembre si è aperto a Durban il vertice Cop17 sul clima, che segue quello fallimentare di Copenaghen svoltosi solo due anni fa e quello di Cancun del 2010.
Purtroppo anche Durban parte male. Il vertice dovrebbe portare avanti punti importanti messi sul piatto nei precedenti incontri, come l’istituzione del fondo di 100 mila euro l’anno per aiutare lo sviluppo “verde” dei paesi poveri, il sistema REDD+ per fermare la deforestazione, il trasferimento di tecnologie nei paesi poco sviluppati per diffondere la capacità di utilizzo delle energie rinnovabili. Uno dei punti più importanti dovrebbe essere anche la negoziazione della seconda fase del protocollo di Kyoto, con l’obiettivo di contenere entro due gradi l’innalzamento medio della temperatura terrestre (sulla base dei dati scientifici dell’IPCC), coinvolgendo nel trattato anche potenze che all’epoca (1997) ne rimasero fuori come la Cina, l’India e il Brasile.
Sulla capacità delle potenze di arrivare a un accordo anche su uno solo di questi punti, regna però il pessimismo. Gli Stati Uniti, unico paese a non aver ratificato mai il protocollo di Kyoto e fra i maggiori ”inquinatori” del mondo, continuano sulla loro posizione rigida. Anche Canada, Russia e Giappone vedono di mal occhio un Kyoto-2, mentre la Cina e l’India, che continuano a crescere seppur a livelli meno serrati di prima, non sono certo ben disposte a tagli di emissioni. Tutte queste potenze, compresa la Cina, puntano a un rinvio delle decisioni al 2015, evidentemente per niente preoccupati dai tempi stretti che la crisi climatica richiederebbe. Viene vista come un’utopia anche la possibilità che USA ed UE, in una situazione di forti tagli ai propri deficit, dicano “si” al fondo verde per i paesi poveri.
Il vertice di Durban non poteva capitare in un momento peggiore, nel pieno di una crisi economica gravissima che sta mettendo a rischio bancarotta l’Europa e che sta dando problemi a tutta l’economia mondiale. In questi tempi di magra, i governi non guardano certo al clima come loro priorità. Gli effetti in Europa già si sono fatti sentire sulle energie rinnovabili, che dopo un decennio di crescita vertiginosa hanno subito uno stop improvviso per il taglio degli incentivi da parte dei governi ( il governo Monti dovrebbe però introdurli nella manovra di dicembre).
A supportare il disinteresse generale per la crisi climatica sono anche i mass media, che stanno generalmente boicottando ogni tema legato al global warming. Negli USA è in crescita il numero di scettici sulle cause del riscaldamento globale, che viene visto da sempre più persone come un’invenzione degli scienziati, mentre da noi giornali e tg parlano solo di crisi economica. Cosa succederebbe se le persone fossero bombardate di informazioni sulla crisi climatica così come lo sono ogni giorno su quella economica? Forse la pressione popolare sui governi e sulle potenze che decidono, crescerebbe.
In molti però già si sono svegliati da tempo. A Durban, dove da lunedì sono attesi i ministri e qualche capo di Stato di quasi tutti i paesi del mondo, ferve la mobilitazione dal basso. In linea con i movimenti di indignados è nato il movimento “Occupy COP17″, che dà vita ad assemblee pubbliche dove si discute sulle soluzioni per combattere il riscaldamento globale ed ogni giorno sono presenti eventi e incontri fra gruppi di tutto il mondo, soprattutto africani. Del resto è proprio l’Africa il continente maggiormente danneggiato dal dramma della crisi climatica. È infatti il continente che meno peso ha sulle emissioni di gas serra, ma allo stesso tempo quello su cui i cambiamenti climatici stanno rapidamente avendo i maggiori effetti. Desertificazioni, siccità estreme, inondazioni. Eventi catastrofici che costringono alla fuga e alla morte milioni di persone.
I gruppi della società civile si sono riuniti il 3 dicembre in una mobilitazione di piazza, contemporaneamente con altri movimenti in altre città del mondo nel quadro della Giornata Mondiale di Azione sul Clima. Uno dei punti che la società civile sa è che la partita non è del tutto persa e che la palla non è solo nelle mani dei governi che siedono nei vertici. Molto si può fare e già viene fatto anche a livello locale, con la sensibilizzazione delle nuove generazioni sulla riduzione dei consumi, facendo pressione sulle amministrazioni locali perché vengano creati incentivi alla mobilità sostenibile, perché vengano riconvertite aree industriali in parchi, perché si investa sulle rinnovabili eccetera.
Tuttavia c’è la consapevolezza che ciò non basterà se non si cambierà qualcosa di più vasto e più profondo. Per i movimenti ciò che deve cambiare è il modello economico su cui si regge il mondo attuale, il sistema capitalistico. Se non si esce dalla spirale della crescita economica vista come unica medicina per uscire dalla crisi, e quindi dal circolo vizioso capitalistico,il cambio climatico non potrà essere fermato.
di Lorenzo Pasqualini
















